Comandante non basta una messa per lavarsi la coscienza

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“…Caro Comandante,

Mi vedo costretto a scriverLe con queste modalità, perché, contrariamente da quanto da Lei assicurato, non ha mai dato seguito alle mie varie richieste di un colloquio, fatte arrivare anche per interposte persone diversi mesi fa.

Le scrivo con un certo senso di sconforto e di disagio, in quanto verso di Lei riponevo riconoscenza e stima per le nostre interazioni passate.

Io Le sono ancora riconoscente per quanto per me fatto, ma questa mia situazione personale non può e non deve interferire con ciò che ritengo giusto fare.

Sicuramente non subordino un amico, tanto più morente, a una convenienza personale.

Non l’ho mai fatto, non è il mio stile di vita, non è nella mia morale, non è onorevole.

Comandante Le scrivo con la trasparenza, la lealtà e la sincerità che da sempre mi contraddistinguono, ma conoscendoLa nemmeno Lei ama i giri di parole e i ruffiani.

Le scrivo per renderLe evidenti le mancanze perpetrate nei confronti di un uomo, un soldato, che ha sperato fino al suo ultimo respiro di poter ricevere da parte del suo Reparto quell’appoggio e quella vicinanza umana e morale che invece è mancata.

Le scrivo perché per un servitore dello Stato quale Antonio era, la funzione istituzionale da Lei ricoperta rappresentava già di per sè un elemento essenziale per indurlo a riporre nella Sua persona la fiducia e la speranza fino a quel momento disattesa e tradita.

Purtroppo tutto questo per l’ennesima volta è mancato.

Lei ha il grado e l’esperienza giusta per sapere che la fiducia verso chi si ha accanto e l’abnegazione totale e incondizionata per la Patria sono i motivi che spingono il Soldato ad andare avanti in ogni situazione e oltre ogni ostacolo fino all’estremo sacrificio.

Per quanto riguarda il trattamento che le Istituzioni hanno tenuto nei confronti di Antonio è ormai storia conosciuta.

Per quanto invece riguarda la fiducia e l’aspettativa che Antonio riponeva verso di Lei, le dico che l’avvenuto tradimento subito da chi lo avrebbe dovuto tutelare e verso il quale riponeva la speranza gli ha causato un critico impatto sulla stabilità mentale e fisica.

Il silenzio e il distacco che Lei ha imposto di tenere agli uomini del Reparto nei confronti di Antonio sono stati un’ indegna presa di posizione. Infatti, tale Suo ordine ha fatto rivivere ad Antonio le stesse tristi sensazioni già vissute per colpa di altri Ufficiali che in passato gli usarono medesimi trattamenti.

Comandante nelle sue decisioni non ha minimamente preso in considerazione quale sia per un soldato il dolore, il disarmo, la frustrazione, l’umiliazione di vedere che dopo anni di eccellenti servigi, di lancinanti sofferenze, di meticolosi impegni, d’incondizionata lealtà, donati alla Patria e al proprio Reparto, vedere il proprio “Comandante” fargli terra bruciata intorno per motivi che sembrerebbero riportare ad una venale convenienza personale.

Antonio ha più volte dovuto vivere dolorose realtà proprio per colpa di meschini personaggi che pur di non far evidenziare la loro viltà, le loro carenze umane e militari, a difesa della loro carriera, hanno cercato di abbandonarlo nel silenzio.

Comportamenti estremamente sleali tenuti per evitare di esporsi in prima persona, quindi evitare di dover dare eventuali spiegazione se mai richieste a organi superiori.

Questo comportamento inerte, come ben saprà, è lontanissimo dai valori intrinsechi della divisa.

Indubbiamente questo comportamento omissivo e indifferente ha intaccato e non poco lo stato psicologico già critico vissuto da Antonio.

Questo Suo comportamento volutamente passivo e disinteressato va contro la cultura militare dell’ ”Arte del Comando” e dell’ “Etica del Comando” insegnate nelle Accademie Militari, che prescrivono per chi svolge il delicato compito di leader, di avere, di coltivare e costantemente garantire doti come sensibilità, umanità, lealtà, dignità, autorevolezza, gratitudine, coraggio, disciplina consapevole, correttezza e coerenza.

A conferma di quest’ultimo concetto basterebbe vedere che nell’Accademia Militare di Modena ogni anno il corso Allievi Ufficiali viene denominato, a rotazione: “Onore, Dignità, Fierezza, Fermezza, Lealtà, Esempio”.

A mio avviso, prendendo la scelta di non esprimersi apertamente nei confronti di Antonio, di rimanere passivo ad aspettare nell’ombra gli eventi sperando che arrivasse il prima possibile il silenzio, forse ha peccato in tutte queste qualità.

Antonio ha vissuto in maniera dolorosa le Sue scelte di comando, dato che Lei non si è limitato a non prendere parte alla vicenda, situazione già rasentante la viltà, bensì ha fatto in modo che venissero boicottate tutte le attività che i vari amici e colleghi di Antonio stavano mettendo in campo per aiutarlo nella sua difficile situazione.

Lei, Comandante, ha agevolato un clima di terrore all’interno del Suo Reparto per evitare che potessero aiutare il loro collega morente.

Lei, Comandante, ha rifatto impunemente e arrogantemente ciò che Ufficiali già noti e il Suo predecessore avevano fatto in passato, ovvero abusare del ruolo sollevando dagli incarichi, minacciando e intimidendo in maniera più o meno velata, tutti quelli che non allineandosi alle vostre rispettive volontà, avrebbero potuto intaccare l’orticello di qualcuno.

Qui non si parla di linea di comando, che giustamente deve essere sempre rispettata e mai discussa, qui si parla proprio di abusi professionali, umani e psicologici reiterati con estrema arroganza e impunità, senza un minimo di coscienza ed umanità.

Vero e proprio clima di terrore.

Ad esempio, il personale presente al Reparto è stato “caldamente esortato” a non partecipare ad alcuna attività che avesse come soggetto destinatario Antonio.

Purtroppo, le persone troppo spesso per evitare ulteriori danni umani e professionali sono costrette a scegliere il silenzio invece che far rispettare i propri diritti di soldati e di uomini.

Comandante, ma non bastavano le minacce che Antonio subì?

Era proprio necessario “invogliare” le persone a non affiancarsi ad Antonio nel momento del suo massimo dolore?

Non Le sembrava già eccessivamente disumano quello che Antonio era stato costretto a vivere per comportamenti subdoli, sleali e vigliacchi?

Era proprio necessario reiterarli?

Sì certo, andando a vedere sicuramente non saranno mai stati emanati ordini scritti rivolti al personale del Reparto per spingerli a non dare un supporto morale al loro collega e amico morente, ma indubbiamente i risultati identificano ben altra realtà.

Anche le minacce ricevute da Antonio in passato non erano state consegnate allo stesso in forma scritta. Giusto per intenderci.

Non scendo ora nel dettaglio di altre situazioni create nei confronti di Antonio, perché La ritengo persona estremamente intelligente da non necessitare di una contestualizzazione con prove oggettive.

Però, una cosa voglio che sia ben chiara e a prova di interpretazione a Lei, ai suoi uomini e a chiunque legga queste righe.

L’ordine emanato attraverso la Sua linea di comando che vietava ai suoi uomini, fuori servizio durante il fine settimana, di poter partecipare con l’uniforme alla cerimonia funebre privata, oltre ad essere contrario ai regolamenti, ha rappresentato il segno più altro di slealtà, irriconoscenza e disprezzo dei più semplici valori militari e umani.

Tale ordine è stato l’ultima scorrettezza effettuata nei confronti della persona di Antonio, della sua memoria, della moglie, dei figli, dei genitori, delle sorelle e fratelli dello stesso.

Come bena saprà dall’alto Suoi anni di servizio, da sempre i militari partecipano con l’uniforme alle esequie dei propri colleghi in segno di rispetto.

Tale partecipazione in divisa viene da sempre effettuata anche per far vivere, quindi rendere evidente ai cari del defunto, tutta la vicinanza e il calore profuso proprio da quel mondo dove lo stesso ha trascorso parte della propria vita togliendola agli stessi affetti famigliari.

Tale partecipazione in divisa da sempre simboleggia alla famiglia del defunto che lo stesso era amato e rispettato anche nel proprio lavoro, e che da quel momento tutti i colleghi rappresenteranno per la famiglia la continuità affettiva con il defunto stesso.

Tale partecipazione in divisa alle esequie da sempre viene rispettata, quindi, anche al fine di alleviare il dolore vissuto dai familiari.

Quel Suo ordine “non scritto” ma sapientemente emanato è stato l’ultimo schiaffo dato alla memoria di Antonio e al dolore vissuto dalla moglie e dai figli.

Questa Sua scelta è risultata ancora più fastidiosa e fuori luogo per il fatto che tutti, famigliari compresi, sapevano che per altri ex appartenenti al Reparto scomparsi poco tempo fa per situazioni uguali ad Antonio, hanno goduto da parte dello stesso Reparto di un picchetto in uniforme, di una cerimonia ufficiale con tanto di lanci di personale con il paracadute, e tutto a spese della stessa Istituzione da Lei comandata.

C’è anche da chiedersi quale sia il criterio attraverso il quale Lei ha deciso che Antonio fosse un morto di secondo piano, quindi da ignorare e disonorare.

Ora c’è da chiedersi se tale scelta da Lei perpetrata è stata una Sua decisione o un’ imposizione venuta dall’alto.

Mi chiedo questo poiché la mattina stessa dei funerali, a poche ore dalla cerimonia, il picchetto d’onore, il trombettiere, il cuscino e tutta la relativa organizzazione della cerimonia precedentemente offerti da altro Reparto, sono stati annullati per un ordine “venuto dall’alto”.

Non è difficile immaginare che tale situazione ha fatto vivere ad una famiglia già distrutta dal dolore, oltre alla sofferenza di vedere il proprio caro per l’ennesima volta tradito e abbandonato dalla Istituzioni, anche il disagio e lo stress di dover riorganizzare tutta la cerimonia in poco tempo e con uno stato fisico e mentale già precario.

Fortunatamente altri Comandanti e altri colleghi di Antonio si sono presentati a rendere un ultimo doveroso saluto a un “DEGNO” servitore dello Stato, e incuranti del disumano ordine impartito dall’alto, hanno dato il loro degno supporto alla famiglia di Antonio aiutandoli durante tutta la cerimonia.

Altro schiaffo alla memoria di Antonio è stato poi data dal tentativo di salvarsi la faccia attraverso due azioni, una più riprovevole dell’altra.

Una telefonata di “vicinanza” e una cerimonia religiosa di commemorazione.

La prima, la telefonata, effettuata nei confronti di Antonio già gravemente menomato dalla malattia.

La seconda, la cerimonia, effettuata a poche ore dalla morte di Antonio.

Dopo anni di silenzi, dopo inconcepibili anni passati ad aspettare di vedere l’evolversi della situazione creatasi attorno ad Antonio, ovvero sperando nella sua morte per far spegnere la sua voce fastidiosamente veritiera, dopo infinite omissioni, ci si ricorda di Antonio ma solo per fargli arrivare una telefonata ufficiale per Suo conto da parte di un Suo rappresentante, e finalizzata a convincere Antonio a non nominare più il nome del suo Reparto onde evitare di potergli creare imbarazzi.

Vicino alla morte di Antonio avete saputo dire solo “quando parli delle tue vicende non nominare il Reparto”.

Queste sono le parole di vicinanza per una persona prossima alla morte che ha diviso con voi momenti di gioia e di sofferenza?

Questa è la tipologia di sentimento di affetto e di rispetto che vuole instillare nel personale del Suo Reparto verso un collega morente?

La Sua statura umana e professionale potrebbe aspirare a ben altri sentimenti Comandante, non Si limiti nelle qualità che detiene.

La seconda Azione, ovvero la cerimonia commemorativa effettuata due giorni dopo la morte di Antonio, ad un occhio attento e smaliziato suona come un “lavarsi” la faccia, riabilitarsi davanti al popolo.

Dopo mesi di silenzio, ostruzionismo e assenza perpetrata da parte Sua e per Suo ordine anche dal Reparto, può ritenersi eticamente sostenibile una cerimonia alla quale il personale ha dovuto partecipare non volontariamente(come era invece la partecipazione alle esequie) ma per imposizione?

Cerimonia nella quale non si sono spese nemmeno due parole per spiegare ai giovani e a tutti quelli che non conoscevano Antonio e la sua storia, chi fosse il destinatario di tale messa.

Può essere una cerimonia impiantata per forma e non per sostanza, finalizzata solo a poter dire “anche noi siamo stati accanto ad Antonio”, ritenersi religiosamente commemorativa e umanamente rispettosa di un collega morto?

Queste cerimonie di circostanza le hanno continuamente vissute tutti quelli che hanno indossato una divisa.

Solitamente a tali commemorazioni sono mandati i soldati più giovani, quindi quelli più sfruttabili e muti, e solo per far presenza e ben figurare agli occhi dei famigliari distratti dalle lacrime.

Comandante, questa volta tutti gli occhi erano asciutti e ben razionali.

Tutti, e ripeto tutti, hanno letto il vero senso di tale cerimonia e tutti ne sono rimasti schifati per la modalità impersonale e cinica con la quale è stata espletata, perché purtroppo tutti avendo vissuto almeno una commemorazione fatta con vero spirito di vicinanza e affetto, quindi hanno saputo riconoscerne le differenza e le mancanze.

Questo è il massimo attaccamento umano e professionale che riesce a vivere verso i Suoi uomini?

Questo è ciò che devono aspettarsi i Suoi uomini nel momento in cui avranno un problema, o nel momento in cui dovessero morire?

Comandante, per finire vorrei chiederLe se veramente crede che con questi comportamenti palesemente deprecabili tendenti solo ad allontanare i Suoi uomini da un loro collega morente, Lei si sia guadagnato il rispetto degli stessi.

La domanda ovviamente è retorica.

Veramente pensa che ogni giorno che Lei passerà al Comando del suo Reparto, andando allo spaccio o in mensa, facendo briefing di servizio, emanando ordini, parlando di lealtà, dignità, cameratismo, fratellanza, rispetto, tutela e onore, ogni volta che guarderà negli occhi i Suoi uomini, Lei non leggerà in alcuni dei loro occhi il disprezzo per quello che ha fatto al loro collega e fratello Antonio?

Lei è abbastanza intelligente da sapere che i suoi uomini continueranno ad obbedirLa, ma non a rispettarLa.

Lei è abbastanza “vecchio” del mestiere per capire che sicuramente a seguito di questa lettera in molti le verranno si a dare e a esibire il loro sostegno morale, decantando le Sue doti di militare o la bontà delle Sue scelte, ma che lo faranno per lo più per leccarLe il culo come hanno fatto dal primo giorno, in parte per terrore, in parte per convenienza.

Di certo non vorranno essere tolti dagli incarichi, messi in un angolo come già successo, o rischiare un trasferimento, purtroppo tutti “tengono famiglia” e giustamente non possono rischiare.

Hanno ancora negli occhi evidenti esempi di ciò.

Comandante, anche per le esperienze lavorative da Lei vissute saprà riconoscere nei loro occhi la delusione e il disagio che in molti cercheranno di nasconderLe nelle parole.

Disistima.

Questa sarà la Sua giusta pena per il comportamento sleale tenuto nei confronti di un soldato morente.

Potrà andare avanti nella carriera, ma nessuno Le potrà togliere questa onta sul Suo nome.

Le auguro che possa recuperare tale disdicevole comportamento, ragionando sul fatto che non basta una bordatura di “rosso” a fare di un uomo un vero “Comandante di Guerrieri”…”

 

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Questa è una parte di un libro che sto scrivendo.

Tale libro racconta diverse storie differenti ma tutte legate da un filo sottile che solo la lettura integrale del libro potrà evidenziare.

Il testo qui riportato è solo una parte di uno dei diversi capitoli inseriti nel libro, e racconta la storia di un Comandante militare despota e autoritario, denominato dai propri uomini “l’imperatore”, che attraverso il terrore psicologico e le minacce governa un reparto militare.

In detto capitolo intitolato “arroganza e impunità”, viene raccontato come un semplice soldato, rifacendosi alla celebre fiaba di Hans Christian Andersen “Gli abiti nuovi dell’Imperatore”, mette a nudo le mancanze di un Ufficiale davanti a tutto il proprio Reparto.

In questa situazione il Comandante in questione è risentito dalle esternazioni fatte dal soldato, poiché le parole dette hanno evidenziato agli altri soldati tutta una serie di mancanze umane e di leadership.

Il Comandante entra in crisi perché si vorrebbe vendicare, ma purtroppo gli scenari che gli si propongono agli occhi non sono per lui piacevoli.

Il racconto punta molto su questa questione per far intendere al lettore la reale situazione vissuta dal nostro personaggio.

Da un lato il Comandante forte del grado, della posizione, dell’esperienza, delle amicizie influenti di cui può vantare potrebbe attivarsi in ogni modo e maniera contro il soldato per vendicarsi ristabilendo anche il potere gerarchico in parte perso.

Questo però potrebbe portare come risultato, oltre alla conferma che le parole dette impersonali e senza riferimenti erano rivolte proprio a lui, quindi confermandone la veridicità oltre l’identità di tale Ufficiale, anche ad una amplificazione mediatica del problema.

Cosa questa ancora peggiore per la carriera di tale Ufficiale.

Consecutivamente, tale atto di forza porterebbe all’inizio di una attiva battaglia legale che trascinerebbe entrambi in un vortice lungo anni, e che imporrebbe ai tribunali di ricercare con assoluta solerzia la conferma o la sconfessione di tutte le accuse e le prove che da entrambi i lati affluirebbero in aula.

Questo porterebbe uno stallo lungo anni che intaccherebbe le carriere di TUTTI gli attori coinvolti.

Leggendo nel testo le caratteristiche umane di entrambi, si ha ben chiara l’idea che in aula sarebbe per entrambi guerra aperta, senza limitazioni di sorta e mirata solo a lasciare uno dei due sul campo di battaglia.

Indubbiamente alcuni patirebbero di più di altri.

Il secondo scenario potrebbe essere quello nel quale il Comandante decide di scegliere uno strategico silenzio, che porterà mano a mano all’oblio tutta questa storia.

Certo, dovrà passare qualche mese a vivere negli occhi dei propri uomini quella luce di biasimo già vissuta in passato, ma non sarà un danno così grande.

Gli altri scenari e il finale lo lascio alla lettura del libro quando verrà pubblicato.

Intanto vi anticipo il prossimo capitolo “ Slealtà e opportunismo di una medaglia al valore”.

Visto che il testo è ancora in lavorazione, sia nel contenuto che nella forma, ogni suggerimento o aggiustamento sarà ben accetto.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

 

Antonio nessuno rimane indietro

 

Carlo Chiariglione

 

 Foto: Il Generale e i suoi fantasmi (Baj)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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